A MOSCA NEL TRONTO

di Cesare Traferri

Sono quarant’anni che pratico la pesca a mosca, che per me è in assoluto la tecnica più bella. Ho girato il mondo in lungo e in largo e ho visto paesaggi spettacolari, catturando pesci straordinari in ambienti naturali e incontaminati. In Italia, com’è noto, l’ecosistema fluviale non è tutelato a sufficienza, ma luoghi favolosi ne esistono in gran numero, magari inquinati, ghettizzati (riserve, ripopolamenti pronta pesca ecc.), dimenticati (per fortuna!). Il tratto che vorrei presentare in questo articolo rappresenta uno degli ambienti a mio avviso più integri, oltre ad essere, dal punto di vista alieutico, fantastico.
Frequento il Tronto dal 1980 ed è un corso d’acqua tuttora particolarmente selvaggio, con scenari mozzafiato. Nasce dai monti della Laga a 2369 m, in provincia di Rieti, e serpeggia tra valli e montagne per circa 150 km prima di gettarsi nel mare Adriatico non lontano da San Benedetto del Tronto. Circa a metà percorso, nei pressi di Trisungo, inizia a scendere verso una gola profonda, fitta di vegetazione; le sponde sono caratterizzate da grandi macigni e l’irruenza dell’acqua produce schiume bianche e piccole cascate. C’è un solo punto accessibile per scendere lungo la gola e occorre molta attenzione. I grandi macigni bianchi lucidi sono maestosi, levigati dalla forte corrente che conferisce loro forme inesplicabili. Qui regna un silenzio magico, interrotto solo dal rumore dell’acqua che scorre veloce tra i sassi. Il percorso è molto impegnativo perché si è costretti a risalire tratti veramente difficoltosi. La pesca viene effettuata quasi tutta in wading, in quanto le sponde non sono percorribili, eccetto che per brevi tratti. Bisogna quindi munirsi di buoni wader traspiranti con scarponcini in feltro, nonché di un bastone per sorreggersi negli spostamenti. Per ogni evenienza, comunque, è meglio portarsi una maglietta di ricambio, perché ‘il bagnetto’ è sempre in agguato........(segue sulla rivista)