SPEY CAST

di Pietro Brunelli

Parlare di speycasting significa a tutti gli effetti entrare in un mondo che è vasto e allo stesso tempo incredibilmente affascinante. Per certi versi lo ‘spey’ rappresenta la massima espressione dell’evoluzione della tecnica di lancio applicata alla pesca a mosca, ma rappresenta anche uno ‘stile di vita’, un vero e proprio modo di immedesimarsi con l’ambiente acquatico e con la pesca sportiva con la mosca. Prendendo le mosse originariamente dall’omonimo fiume scozzese, lo speycasting si è trasformato nel tempo in una tecnica di lancio vera e propria, finalizzata a ottimizzare la pesca di salmoni atlantici e trote di mare in quei luoghi che, vuoi per conformazione, vuoi per la dimensione e la voluminosità dei pesci e degli artificiali da lanciare, ha reso necessario lo sviluppo di nuovi accorgimenti. Riguardo alla morfologia dei luoghi, va detto infatti che questi presentavano raramente alle spalle del pescatore lo spazio sufficiente per poter volteggiare la coda come di consueto; inoltre erano spesso troppo vasti e poco guadabili per essere affrontati con le normali attrezzature già diffuse per la pesca alla trota. Da qui la consuetudine di utilizzare canne che in origine erano lunghe da 18 a 20 piedi, costruite in legno proveniente dalla Guiana Britannica e code di topo tradizionalmente chiamate double taper, dal peso molto elevato ma anche molto allungate e progressive.
Va sottolineato in anticipo che parlare di spey dalle nostre parti significa parzialmente esporre il fianco a critiche, provenienti tra quanti, presi ancora dalla eterna e irrisolvibile (poiché piva di senso) polemica che vede contrapporsi i ‘pescatori’ ai ‘lanciatori’, si ostinano a non voler vedere che dove risiede la passione per la pesca e dove si sia scelto di praticare nella fattispecie la pesca a mosca, la voglia di migliorarsi nel lancio viene da sé. Credo poi che l’equazione secondo la quale chi pesca bene non necessita di una buona tecnica o viceversa, chi lancia bene lo fa poiché si esercita sul prato invece di andare a pesca, non porti da nessuna parte. Dico questo perché nell’avvicinarsi allo speycasting si deve tener conto che ci sono due passi essenziali da compiere: imparare la tecnica, cosa non del tutto immediata ma che con un pizzico di passione e costanza restituirà grandi soddisfazioni, e, subito dopo aver appreso i rudimenti, andare a pesca. Le due cose inoltre parzialmente coincidono, perché se è pur vero che si può far pratica su prato o in un lago, è su di un fiume con l’acqua corrente che si otterrà il massimo risultato. Per conoscere poi davvero la pesca per la quale questa tecnica si è sviluppata, serve andare a praticarla nei luoghi dove il salmone, la steelhead e le altre specie affini sono davvero insidiabili. Senza questo, però, è possibile divertirsi comunque e trarre beneficio dall’utilizzo di attrezzatura a due mani, pur sapendo che si sta praticando una cosa ‘altra’ rispetto alla tecnica originaria.

applicazioni nelle acque nostrane

Lo sviluppo della tecnica oggi ha allargato le possibilità e si sono via via andate codificando nuove esperienze di pesca che possono tranquillamente essere vissute (e agevolate) dalla canna a due mani, come la pesca in mare sia dallo shore che dalla barca, quella della cheppia o dell’aspio, la pesca in foce. Ho potuto riscontrare di persona (ma anche grazie al confronto con personaggi internazionali specializzati in tale pratica) che per poter utilizzare proficuamente una canna a due mani è essenziale trarne un reale beneficio: deve essere quindi una necessità, un ausilio e una fonte di semplificazione. Per queste ragioni ho iniziato a utilizzarla in situazioni che per me non erano convenzionali, ottenendo ottimi risultati in termini di accuratezza, di fatica risparmiata per coprire la distanza di pesca con code pesanti, di maggiore controllo dell’artificiale in acqua. Un consiglio per quanti pensassero di provare a utilizzare queste attrezzature anche dalle nostre parti potrebbe essere quello di cercare di impiegarle come un qualcosa in più, per il quale vale la pena avere un attrezzo del genere. Consiglierei poi attrezzi leggeri, che vanno dalle switch rod a canne di dodici piedi e mezzo per code dalla 5 alla 7. Il loro ausilio si è rivelato indispensabile ovunque si debba controllare il passaggio della mosca a distanze medie-elevate, o dove il vento costituisce un impedimento alla distanza, che spesso si traduce nel rischio di far passare durante i volteggi la coda troppo vicina al corpo, col rischio di ‘allamarsi’ pericolosamente. Le si possono usare proficuamente a streamer o in lago pescando coi chironomi a bandiera (switch rod leggere), ovunque roll cast molto lunghi si rendano necessari e in tutte le situazioni nelle quali è proficuo effettuare pochi o nessun falso lancio. Infine ho trovato divertente la pesca a sommersa con switch rod per coda 5 nei fiumi da trota del nord Italia.

A seguire sulla rivista:
stili e tecniche
materiali e code
verso i primi lanci
coinvolgimento del corpo