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Piero Lumini

il ricordo dei figli e di Roberto Daveri

Verso la metà di dicembre Piero se n’è andato. Per me è difficile ricordarlo qui adeguatamente: certi sentimenti male si adattano alle parole, che in particolari frangenti sono inadeguate o intrise di un mielismo che contrasta con l’essenza schiva di chi vogliamo celebrare, ma questo ricordo mi è stato richiesto, forse come anziano del gruppo dei suoi amici e dunque ci provo per voi che leggete «Mosca e Spinning» e che forse non lo avete conosciuto, o sentito nominare: peccato. Come si possono condensare cinquant’anni di frequentazione e di amicizia in poche righe? Credo che le parole più belle e vere le abbiano scritte i suoi figli rendendogli omaggio attraverso le sue mani.

MANI
Penso che la cosa che in tutti questi anni ci abbia parlato più di lui siano state le sue mani: mani che creano. Mani capaci di costruire mobili per case di bambole da cassette di frutta. Mani capaci di trasformare assi di mangiatoie, da stalle abbandonate, in tavoli e panche per case dove intorno al tavolo si inventavano ricette, si pianificavano attività di lavoro e ludiche, si impastavano centinaia di tortellini, si facevano interminabili partite di carte e si parlava di Vita. Mani capaci di intagliare facce su bastoni ritorti trovati per caso nel bosco e diventati, improvvisamente, insperati appoggi, per camminate traballanti o incerte sul cammino da prendere, o capaci ‘microcopi’ per sondare il sottobosco muschioso in cerca di funghi. Mani capaci di smuovere la terra, di sollevare pietre, di sceglierle, di metterle e toglierle, di organizzarle in muretti a secco in campagne che rivivevano nuova ‘cura’ dopo l’abbandono. Mani capaci di costruire e intagliare letti di ogni misura per accompagnare sonni e sogni di grandi e piccini. Mani capaci di inventare e imitare gli insetti più strani, con altrettanto inconsueti materiali e filati e penne e piume… e di insegnare ad altri, con schemi, disegni e libri, i mille trucchi per costruirli e ingannare i pesci di centinaia di fiumi del mondo. Mani che forgiano e lavorano metalli per trasformare balestre per automobili e corna di cervo in splendidi coltelli. Mani che intagliano, tagliano, segano, piallano, limano, incollano e rendono nuova vita ad assi, listelli, tocchi, scarti, dando nuovo significato al legno degli alberi da cui sono stati rubati. Mani che hanno giocato con la materia e reso possibile giochi e mondi fantastici: spade e scudi di ogni dimensione e forma, bacchette magiche, cavalli e scope volanti… e soprattutto archi. Archi destri e mancini, di frassino ‘perché è il migliore’, di ‘tasso come gli antichi arcieri’… per ‘Robin Hood’ in erba, ‘adolescenti in crescita’ e uomini e donne fatti e rifiniti, per insegnare che vale il tiro istintivo, il tiro di pancia, rapido ed efficace che abbatte cinghiali in corsa… ma anche la pazienza e la concentrazione, la ripetizione del gesto fino alla perfezione del tiro dritto al bersaglio. Grazie babbo, perché se oggi sono capace di inventare e creare anch’io mondi con le mie mani è perché mi hai insegnato che ‘prendere la specialità di mani abili o di costruttore di giocattoli’ è solo una piccola parte di ciò che possono fare le nostre mani. E forse non è un caso che il babbo adottivo ‘di una Persona di una certa Importanza’ fosse proprio un falegname! Beh, già che ci siamo… non dimentichiamoci neanche di Pinocchio! Ti vogliamo bene.

Piero approdò nel 1968 al CIPM di Firenze e da allora la pesca a mosca è stata una sua passione, la nostra passione, lo spunto che ci ha avvicinato con gli altri ‘Amici Miei’. La pesca a mosca come pretesto per accomunarci nel fiume e nella vita: evidentemente eravamo pronti, ma senza la spinta e l’iniziativa di Piero, saremmo rimasti sparpagliati, anonimi e soli. Sì, soli… Spesso pensavo e penso che se non lo avessi incontrato la mia vita sarebbe stata molto diversa e tante esperienze si sarebbero disperse nelle pigrizie, o nei nulla di fatto, o in altri mille rivoli. Invece i miei diari di pesca stanno a testimoniare quanto gli devo, gli dobbiamo. Molto altro è scritto senza la penna in un libro più intimo. Per quanto mi riguarda, in un periodo particolare, gli devo molti momenti di disponibilità, solidarietà e piatti condivisi e in questo non posso sottacere Anna, la sua compagna. I ‘grandi cavalieri’ non sarebbero tali se non avessero a fianco anche dei ‘grandi scudieri’.
Piero è stato un pioniere attivo e curioso, sempre un passo più avanti, che si trattasse di scovare nuovi fiumi da pescare o di idee da sperimentare e condividere. E appunto la condivisione disinteressata in tutte le manifestazioni della vita, in amicizia, armonia e spontaneità è stata la guida del suo percorso. Poi, com’è giusto che sia, a volte ci siamo anche confrontati con le nostre idee, ma mai l’amicizia è stata intaccata, anzi… Se posso permettermi, credo che un suo grande pregio sia stato il non perseguire né la fama, né il danaro, ma i rapporti umani, veri, semplici e disinteressati: questo l’ha reso unico. Nella pesca a mosca ha insegnato a molti, ha scritto molti libri, alcuni fondamentali e ancora attuali, oltre a decine di articoli per la rivista «Pescare», oggi scomparsa, ma che sono stati salvati nel mio sito www.daverifly.it a disposizione di tutti. La costruzione delle mosche, che per l’inventiva e la ricerca dell’essenziale a imitazione del vero lo ha appassionato, è stata uno dei suoi cavalli di battaglia, mosche, molte delle quali sono nate sul fiume nel corso delle nostre battute di pesca: la Serie Dorsal e la Serie Iris annoverano pochi modelli fondamentali che usiamo ancora con successo.
Inventiva e manualità sono state l’altra sua prerogativa e collaborando con diverse aziende del ‘settore mosca’ ha disegnato una nutrita serie di attrezzi e utensili, tanto che credo siano pochissimi i pescatori a mosca che oggi non ne usino almeno uno. Insomma, per la pesca a mosca italiana Piero rappresenta un punto fermo inalienabile, sia per quanto riguarda la conoscenza, che la tecnica, o la mentalità semplice e schietta che dovrebbe accompagnarci sul fiume. La parola ‘Maestro’ applicata alla pesca la trovo sempre inadeguata, inopportuna e sono certo che Piero gradirebbe di più il termine ‘Guida’, che deriva anche dallo scoutismo che frequentò in gioventù. Non un insegnare dall’alto, ma il condividere lo stesso percorso, dove ognuno aiuta l’altro. Molti che non hanno avuto il privilegio di frequentarlo lo valuteranno per quello che ha scritto o realizzato: io, noi amici più intimi, anche per le piccole, grandi cose del quotidiano. Ad esempio, a pesca, in tenda o in camper, o in pensione, in silenzio si alzava per primo per svegliarci con l’aroma del caffè della moka, più o meno già zuccherato, a seconda dei gusti di ognuno. Sempre! Ora se n’è andato e ci lascia con una grande tazza vuota. Vuota della sua presenza, disponibilità, iniziativa, condivisione di vita e vera amicizia, amicizia che dà senza nulla chiedere. Ciao Piero, dirti grazie è troppo poco. Pace e bene. (Roberto Daveri)

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