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Intervista a Mauro Natali

Mauro Natali è un ittiologo professionista (o meglio, come preferisce essere chiamato, un acquacoltore), da un paio d’anni in pensione. Autore di molte pubblicazioni, è considerato un esperto a livello nazionale delle tematiche legate al luccio, al suo habitat e alla sua riproduzione. Per oltre trentacinque anni è stato l’ittiologo in organico della Provincia di Perugia che aveva due impianti ittiogenici all’avanguardia: quello di Sant’Arcangelo per ciprinidi, percidi e lucci, che serviva il lago Trasimeno, e quello per salmonidi di Borgo Cerreto in Valnerina, che forniva trote fario per i fiumi e torrenti di tutta la regione. Durante il suo operato, i risultati ottenuti, rispetto alle conoscenze scientifiche e pratiche dell’epoca, furono considerati di ottimo livello, tanto che l’Umbria poteva vantarsi di avere due moderni impianti ittiogenici con un ittiologo a tempo pieno e quindi totalmente autosufficiente a soddisfare i bisogni di pesce di qualità in tutte le sue fasi evolutive.

Iniziamo col fare un quadro di quale era la situazione a Borgo Cerreto al momento in cui sei arrivato in qualità di ittiologo responsabile di un impianto di allevamento e riproduzione di salmonidi agli inizi degli anni Novanta.
La mia attività professionale è iniziata al lago Trasimeno nel gennaio 1986 come responsabile del Centro ittiogenico di Sant’Arcangelo di Magione del Consorzio Pesca e Acquicoltura del Trasimeno. Dai primi anni Novanta, con lo scioglimento del Consorzio e la conseguente acquisizione del Centro Ittiogenico da parte della Provincia di Perugia, mi è stato chiesto di occuparmi anche di tutte le altre acque di competenza, fra cui il bacino del Nera, e dell’impianto ittiogenico di Borgo Cerreto. Iniziai a lavorarvi nel 1992 con un’investitura formale dal 1 luglio 1994. L’impianto esisteva già da molti anni. In principio era un mulino trasformato in una troticoltura da un privato negli anni Trenta del Novecento, poi acquisito dalla Provincia di Perugia, prima in affitto, poi in proprietà nei primi anni Sessanta. L'impianto di Borgo Cerreto produceva trote fario, ma aveva dei problemi di allevamento, per cui mi fu chiesto di risolverli. Personalmente, prima di allora non mi ero mai occupato di salmonidi: mi ero specializzato in pesci che prediligono acque calde, come carpe, lucci, persici e ciprinidi, ma essendo l’unico ittiologo della Provincia, mi fu chiesto di occuparmene e accettai con piacere. Quando arrivai si producevano solo trote fario per ripopolamento. Mi fu detto che in passato erano state allevate anche iridee, ma che poi questa attività era stata dismessa.

I riproduttori da dove li prendevate?
La provenienza dei riproduttori era dubbia, perché l'acquisizione risaliva a molti anni prima. Quello che so per certo è che negli anni di gestione che mi hanno preceduto (circa quaranta) una parte dei riproduttori proveniva da recuperi effettuatinel fiume, in occasione di svuotamento di sbarramenti, mentre altri erano stati acquisiti da altri allevatori. Ciò che si può dire con certezza è che si trattava in prevalenzadi riproduttori di ceppo atlantico (oggi elevato a rango di specie). Allora non si faceva distinzione fra ceppo atlantico e ceppo mediterraneo, erano trote fario e basta, mentre oggi si considerano specie diverse. Quando presi in mano l'impianto ittiogenico, la Provincia usava per ripopolamento trote di quattro anni, trote molto grandi, adulte, nell’errata convinzione che potessero ambientarsi e deporre molte uova, rendendo più efficace il ripopolamento. Una volta avuta la responsabilità dell’impianto, reimpostai l'attività ittiogenica, puntando alla produzione di avannotti, trotelle di 4-6 cm e in parte di trote più grandi per il ‘pronto pesca’, effettuato con esemplari di due anni, di 25-28 cm di taglia.

Che caratteristiche avevano le trote che producevate a Borgo Cerreto?
Ribadisco che erano prevalentemente di ceppo atlantico, oggi classificato specie. Erano trote fario che, in molti anni di lavoro, avevamo selezionato cercando di esaltarne le migliori caratteristiche sia di tipo estetico (colorazione e pinnaggio), sia per l'utilizzo cui erano destinate (rusticità, stato di salute, adattabilità). Per fare questo bisognavaallevarle a bassa densità, anche per non causare la corrosione delle pinne. Molti pensano che le trote di allevamento siano talvolta ‘spinnate’,cioè con pinne danneggiate, fino ad essere ridotte a moncherini, per abrasione sul cemento delle vasche. Non è vero. La causa è di origine batterica, derivante da un allevamento a densità elevate. Dal punto di vista estetico cercavamo di arrivare a un fenotipo che avesse una punteggiatura quanto più possibile vicinaalla trota fario dei nostri torrenti.

Si riproducevano bene quelle trote in ambiente naturale?
Le ‘nostre’ trote, come dicevo, allevate con particolare cura, sia immesse nello stadio giovanile, sia quasi adulte (25-28 cm), riuscivano ad ambientarsi e riprodursi. Qualcuno ha detto – ma non sono certo io ad aver iniziato tutto questo – che per queste loro caratteristiche hanno fatto ancora più danno, in quanto, essendo trote atlantiche, hanno maggiormente inquinato geneticamente le popolazioni di mediterranee presenti.

Il nostro era l’unico impianto della Valnerina a ciclo completo: partendo da riproduttori nati in impianto, si effettuava la spremitura, si incubavano le uova, venivano prodotti avannotti, trotelle fino alla trota adulta.
Nell'arco dell'anno le prime semine si facevano a maggio con trotelle di 4-6 cm ed era il ripopolamento più efficace, perché erano pesci che non avevano ancora subito significativi adattamenti, derivanti dalle condizioni di allevamento artificiale. Poi, per opportunità, cioè per andare incontro alle aspettative dei pescatori, facevamo anche ripopolamenti ‘pronta pesca’ in prossimità dell’apertura, in quel tempo fissata per l'ultima domenica di febbraio. Allora (1990) il numero dei pescatori sportivi in Umbria era elevatissimo, circa 16.000, e per soddisfare le loro aspettative le popolazioni di trote selvatiche non erano assolutamente sufficienti. Molti altri pescatori venivano anche dalle regioni limitrofe, attivando un importante indotto economico. Naturalmente questa discussa pratica, cioè l'immissione del ‘pronto pesca’ ha le sue luci e le sue ombre. Oggi viene vista come il male assoluto. Se fatta con criterio, invece, ritengo avesse una sua utilità. Si cercava, fra l'altro, di distribuire le trote adulte su una superficie più ampia possibile, anche in zone dove il pesce non sarebbe sopravvissuto nel periodo estivo e questo sia per la ‘felicità’ dei pescatori, sia per diminuire la pressione alieutica sul bacino del Nera, che è indubbiamente l'ecosistema acquatico più pregiato della nostra regione. L’apertura della pesca alla trota è sempre stata vissuta, dalla maggior parte dei pescatori, come una festa, ma altri la vedevano come il momento in cui ‘un’orda di barbari’ andava a pescare trote solo in quel giorno, con bivacchi, fuochi e griglie accese… con scene di tutti i tipi, spesso da sagra paesana, consapevoli che in ogni caso, nell’occasione, qualcuna l'avrebbero pescata. È chiaro che al momento che è venuto fuori il problema genetico la prospettiva è cambiata radicalmente.

Personalmente rispetto ai ripopolamenti intensivi di trote adulte in occasione dell’apertura della stagione di pesca e poi durante l’anno ‘quando i pescatori le richiedono’, sono fra quelli che sono contrari e per più di un motivo, ma questo, per il momento, esula dal tema che stiamo affrontando. Che produzione annua avevate?
La produzione aveva raggiunto quasi i duecento quintali, perché ci venivano richieste trote anche dalle province limitrofe, a cui le vendevamo. Però mi resi conto che aumentando le quantità di pesci in vasca, si andava a discapito della qualità, per cui riducemmo la produzione, limitandoci al quantitativo che era necessario per l’Umbria, cioè una produzione annua di settanta-ottanta quintali annui, oltre alla produzione di avannotti e trotelle, che erano ovviamente il ‘vero’ materiale ittico da ripopolamento.

Qual è l’impatto sul fiume Nera delle dighe e della sottrazione d’acqua?
Il Nera oggi è solo la ‘caricatura’ di quello che era una volta. Oltre le sorgenti il fiume ha molte risorgive lungo il suo corso e, anche in tratti in cui non ci sono affluenti, la sua portata aumenta. Il Nera scorre su terreni carsici ricchi di falde acquifere che ne aumentano la portata. Il fatto è che fra sbarramenti e relative derivazioni, che sono sei o sette, comprese quelle sugli affluenti, la maggior parte dell'acqua è convogliata nel Canale Medio Nera. Questo è un canale artificiale che inizia nei pressi del paesino di Triponzo, in località Le Lastre, costruito fra il 1929 e il 1931. Con 43 km, quasi tutti in galleria e per il resto sospeso su piloni, porta l’acqua al lago di Piediluco per uso idroelettrico. Questo canale porta via i tre quarti dell’acqua del fiume: cioè 10-15 mc d’acqua al secondo, a seconda delle stagioni e delle portate. Un esempio. Facendo riferimento a Borgo Cerreto, il Nera avrebbe una portata vicina ai 20 mc al secondo, mentre ora ne ha 4-6 mc al secondo. Il Nera era un grosso fiume, completamente diverso da come lo conosciamo oggi, che di fatto è solo una versioneridotta di quello che era. Il fondale, le grandi buche, l’apporto solido erano ovviamente diversi, era un fiume totalmente diverso.

Come spieghi il fatto che quando il Nera era oggetto di un pesante bracconaggio, fatto di reti a tramaglio ma anche di cestini con molte decine di trote, i pesci nel fiume erano tanti e oggi che per venti chilometri è un ‘no kill’ assoluto, di pesci ce ne sono molti, ma molti meno?
Quando c’è il declino di un ambiente acquatico – e declino c’è – si cerca una causa, ma non ce n'è mai una sola, i motivi sono quasi sempre molteplici. Per quello che riguarda la Valnerina, non ho certezze assolute, ma avendola frequentata per molti anni, un’idea me la sono fatta. Un problema è quello delle portate, piove di meno e nel fiume ci va meno acqua. Meno acqua vuol dire più concentrazione di inquinanti. Le attività antropiche si sono molto sviluppate anche nel bacino del Nera. Ragion per cui l’acqua del Nera, che è comunque ancora idonea per garantire la presenza di trote, non è certo quella che i valligiani bevevano quarant’anni fa. È vero, i locali facevano delle pescate incredibili, alcune in periodi tradizionali come in prossimità del Natale, ma la pesca nel fiume non era così continua e sistematica come è diventata con l’avvento della motorizzazione di massa, di una galleria che in pochi minuti con la superstrada dalle valli circostanti ti porta sul fiume. La Valnerina è diventata più accessibile – i pescatori oggi vengono da tutta Italia – e le tecniche di pesca sono diventate molto più efficaci. Il prelievo è quindi aumentato sempre più. Penso che facesse meno danno una pescata di due quintali di trote in una volta e poi il fiume rimaneva tranquillo per mesi, piuttosto che una presenza continua e massiccia di pescatori, talvolta quasi a contatto di gomito. I ripopolamenti infatti sono iniziati quando il mondo della pesca sportiva, a seguito di un prelievo eccessivo, iniziò a lamentarsi con la Provincia, ente che un tempo gestiva la pesca, per la scarsità di catture. Come dicevo, però, le motivazioni della scarsità di pesce sono molteplici, non ultimo l’aumento impressionante dei predatori. Quando ero ragazzo, vedere un airone cenerino era motivo di stupore, oggi in Valnerina, e non solo, ci sono moltissimi aironi cenerini che, fra l'altro, aspettano le trote nel momento della riproduzione quando stanno in acqua bassa. Da tre-quattro anni inoltre in Valnerina, per la prima volta nella storia, sono arrivati anche i cormorani, che hanno trovato un luogo per nidificare nella palude di Colfiorito, ricca di pesce, divenendo stanziali. In inverno però, quando la palude gela, per mangiare si spostano sul Nera, attirati anche dagli allevamenti ittici. Questi, ovviamente, si sono attrezzati e hanno messo reti protettive sopra le vasche e… i cormorani, numerosissimi, si sono riversati lungo il fiume. Quindi nelle acque basse pescano gli aironi e nelle buche profonde i cormorani. Tutti questi fattori messi insieme creano la carenza di pesce di oggi.

2022 01 Valnerina Natali il Nera a Triponzo

Entriamo ora nel merito del nuovo progetto di reintroduzione della trota fario mediterranea nel fiume Nera. Sappiamo che ciò avviene a seguito di una legislazione europea recepita anche dal nostro Parlamento che vieta ripopolamenti nelle acque interne con specie alloctone. Cosa ne pensi tu nello specifico?
Tutto è nato dal fatto che quelli che per noi, per decenni, erano considerati ceppi diversi di trota fario, sono oggi stati classificati come specie. Studiando a lungo sul DNA della trota fario atlantica e di quella mediterranea, gli ittiologi e i genetisti sono arrivati alla conclusione che le diversità erano tali da poterle classificare come due specie diverse. Conseguentemente e immediatamente, la trota atlantica è diventata specie alloctona. C’è da dire che ripopolamenti con trote atlantiche si sono fatti per quasi cento anni, con la conseguente ibridazione con le trote preesistenti. Qua e là, dove non sono arrivati i ripopolamenti, si sono salvate delle piccole popolazioni di trote mediterranee autoctone, che adesso si cerca di recuperare. Sulla scia di questo mutato scenario sono nati dei progetti di studio e di sperimentazione sul campo, finanziati con milioni di euro per l’individuazione, il recupero, la salvaguardia e la reintroduzione di questa specie. Nulla da eccepire sulla ricerca di queste popolazioni residue; nulla da eccepire sulla volontà di salvaguardarle e tenerle fuori dal pericolo di estinzione, come lo sono adesso. Forse c’è da eccepire qualche cosa sulle modalità. Si tratta di piccolissime popolazioni isolate e se è vero che ogni bacino idrico ha le sue trote mediterranee, significa che le popolazioni differiscono l’una dall’altra. Se questa diversità sia solo fenotipica o sia anche genetica questo è sempre da verificare ovviamente, però è accertato che ogni bacino ha la sua trota. Dagli esami del DNA di queste trote si è concluso che chi più chi meno erano ascrivibili alla specie mediterranea. Il loro grado di purezza dipende da quanti contatti hanno avuto nel tempo con la trota atlantica. Il fatto che gli ittiologi le abbiano oggi inquadrate come due specie diverse, non toglie ovviamente che siano pesci estremamente vicini, che si ibridano con grande facilità. E questo è il problema: nei fiumi principali della Valnerina, il Corno, il Sordo, il Nera, ci sono popolazioni di trote fario frutto di ibridazione tra trota atlantica e mediterranea. Il lavoro per reintrodurre l’antica specie è quindi oggettivamente complicato: bisogna prima individuare queste popolazioni residue, portarle in allevamento, esaminare il DNA di ogni singolo pesce, microchipparle per riconoscere i singoli pesci... e questo già presenta dei problemi. Stiamo parlando di micro-popolazioni e il prelievo che viene fatto è ovviamente causa di un incremento del loro rischio di estinzione. Inoltre, questi pesci selvatici sopportano male le pratiche di cattura, trasporto, manipolazione e forzato allevamento. C’è quindi una mortalità non trascurabile. Il loro allevamento comporta dei problemi perché sono animali selvatici che mal si adattano alla vasca di cemento o di vetroresina. Quindi è un pesce che dovrà subire una progressiva domesticazione, generazione dopo generazione, e inevitabilmente si selezioneranno quelli più adatti a sopravvivere in condizioni di allevamento. Speriamo che questa selezione involontaria non ne comprometta la rusticità, che servirà loro per ritornare a vivere in natura. Che lo si voglia o no, portare un pesce selvatico in allevamento e lì riprodurlo, comporta una selezione zootecnica, molto utile e importante in acquacoltura alimentare, che favorisce i pesci che si sono adattati meglio al mangime e a tutte le condizioni artificiali del vivere in vasca anziché nel fiume. In pescicoltura da ripopolamento, invece, questo non è ovviamente un fenomeno positivo. Poi subentrano le patologie: i pesci selvatici sono più sensibili ad ammalarsi. Ne cito una per tutte, la foruncolosi, che è quasi sempre una malattia latente in tutti gli allevamenti di fario, ma che le trote atlantiche di allevamento contraggono difficilmente e comunque superano abbastanza bene. A Borgo Cerreto, per esempio, raramente si è dovuti intervenire con antibiotici. Le trote di ceppi selvatici sono ovviamente molto più sensibili a questa patologia e a vari tipi di parassitosi. Inoltre, partendo da un numero limitato di esemplari, la variabilità genetica non è ovviamente elevata; e poi chi ci dice che le trote trovate in un fossetto remoto del nostro Appennino siano le uniche trote originarie del Nera e non uno di vari ceppi antichi che forse una volta c’erano nello stesso bacino? Quindi, tutta questa operazione mi è sembrata un po’ affrettata. Di fatto, con i prelievi effettuati, si sono ridotte queste piccole popolazioni di trote mediterranee; forse inizialmente si poteva tentare di preservarle, magari trasferendole in parte in altri corsi d’acqua, ovviamente chiusi alla pesca previa eradicazione (e quando il torrente è piccolo ciò è possibile) di tutte le altre trote presenti, di dubbia purezza. Così avremmo dato loro il tempo di crescere di numero per poterci successivamente lavorare, senza metterle a rischio come popolazione. Quando ci saranno dei risultati significativi del lavoro che viene svolto? Ovviamente non è dato saperlo. E torneranno comunque a ibridarsi, una volta immesse nei corsi d'acqua, con le altre trote che popolano il fiume. È chiaro che in fiumi come il Nera o il Corno non è possibile eradicare completamente le popolazioni di trote ibride che attualmente li popolano.

Quindi torniamo da capo, visto che le due specie si ibridano fra loro.
Qualcuno può dire che immettendo per cinquant’anni solo trote mediterranee alla fine il grado di purezza migliorerà, ma questo dipenderà da molti fattori su cui oggi nulla si può dire; certamente la ‘traccia genetica’ di trota atlantica non scomparirà per il motivo che si è detto: sono quasi cent’anni che si sono fatti ripopolamenti con questa specie, oggi alloctona. Per dovere di cronaca bisogna ricordare che negli anni Ottanta e Novanta non c’era solo la Provincia che seminava trote, ma lo facevano anche i pescatori e spesso lo facevano anche quelli più attenti e sensibili, che compravano uova embrionate di trota fario di varia provenienza e le mettevano con le scatole Vibert nei torrentelli più nascosti e sperduti. Paradossalmente, sono stati anche loro a contribuire alla ibridazione della trota atlantica con la mediterranea, perché, è bene ricordarlo, a quel tempo la trota fario era una sola.

Il rischio quindi è che alla fine di questo lavoro – che sicuramente un po’ di soldi li ha distribuiti, un po’ di lavoro lo ha creato, avrà migliorato anche un po’ il DNA delle nostre trote – in ogni caso le trote mediterranee continueranno a ibridarsi con le loro cugine preesistenti nel fiume.
Temo proprio di sì. C’è poi da dire che tutta questa operazione è stata avviata coinvolgendo poco il mondo della pesca, che è rimasto al margine e in molti casi ostile al progetto. E questo potrebbe ridare impulso a quello che accadeva una volta, cioè l’immissione (ora però solo abusiva) di trote fario d’allevamento, da parte dei pescatori. Questo fenomeno si fermò quando l’impianto di Borgo Cerreto cominciò a produrre trote fario di buona qualità e a immetterle nel fiume gratis per i pescatori. Adesso, interrompendo i ripopolamenti e diminuendo quindi la presenza di pesce nel fiume, è altamente probabile che questo induca i pescatori a immissioni abusive. Non c’è dubbio che quelle che si producevano a Borgo Cerreto fossero trote (rigorosamente atlantiche) di buona qualità. Paradossalmente, iI fatto che fossero di buona qualità e, seppure di allevamento, si riproducessero in ambiente naturale, frutto di un lungo e duro lavoro fatto per quasi trenta anni, ne faceva soggetti in grado di aumentare l’ibridazione con le selvatiche e quindi io, che conducevo l’impianto, sono passato in brevissimo tempo da ‘benefattore’ a ‘untore’. Ovviamente lo dico in senso ironico. Questa rigidità delle normative e della loro applicazione e lo scarso coinvolgimento dei pescatori ha creato in questi diffidenza e scarsa fiducia che il progetto porti alla fine un effettivo beneficio al fiume e alla sua fauna ittica. Avendo lavorato in questo settore per molti anni, non mi fa piacere, tutt’altro, di dire queste cose. Ma devo aggiungere che se da un lato il vedere annullato il mio lavoro di trent’anni un po’ mi ha rattristato, è ovvio che se fra dieci anni sarò smentito dai fatti, la cosa non potrà farmi che piacere.

Intervista del novembre 2021 a cura di Alvaro Masseini 

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