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Pesca ricreativa marittima al bivio

In attesa degli eventi politici, con la Comunicazione Obbligatoria in stallo e la spada di Damocle della licenza onerosa, la pesca ricreativa marittima italiana attende che riprenda un dibattito solo rimandato. Una pausa che potrebbe e dovrebbe essere utilizzata per la palese necessità di una riflessione sulla propria collocazione nel contesto generale. I pescatori ricreativi sono infatti legati a un immaginario nel quale la difesa della pesca ricreativa si contrappone spontaneamente alla pesca commerciale, in uno scenario che prevede una netta separazione tra buoni e cattivi. Ovviamente buoni i pescatori ricreativi senza bisogno di valutare il loro atteggiamento, perché basta e avanza la palese differenza di impatto degli attrezzi e delle modalità di pesca. L’impegno della pesca ricreativa contro il bracconaggio in acque interne riscalda i cuori e unisce gli intenti, mentre tende ad allontanare lo sguardo da quello che in varia forma si manifesta costantemente nella pesca marittima. La difesa dei pescatori ricreativi, in modo particolare per il mare, deve infatti sempre fare un distinguo per dissociarsi dal mancato rispetto dei regolamenti (che significa pesca illegale), ma se dovesse confrontarsi con la realtà dovrebbe ammettere una disastrosa consuetudine di infrazioni più o meno gravi.

Sembra che le sigle associative debbano limitare o evitare questo tipo di riflessione, perché la minaccia proveniente dalla pesca commerciale, che accusa l’impatto della pesca ricreativa, richiede una difesa a priori e a tutto campo. Il modello virtuoso di una pesca ricreativa di basso impatto e rispettosa delle regole è quindi assunto a un ruolo definitorio e le devianze sono rimandate alla necessità di maggiori controlli, al contrasto di un aspetto marginale. Il problema torna però sempre a galla quando sul luogo di pesca diventa evidente come ci sia una prevalenza di pescatori che rifiutano o ignorano i regolamenti. Tra questi c’è anche un’elite piuttosto nutrita di super pescatori, quelli che arrotondano, quelli che coprono le spese di carburante della barca o che, ad esempio, si fanno la macchina nuova, vendendo (ovviamente al nero) il pescato. Molti dei principi giusti e opportuni che animano le organizzazioni della pesca ricreativa sono quindi informati a un contesto ideale che è decisamente distante dalla realtà delle nostre coste. Lo scarto tra idee e fatti genera uno sdoppiamento che potrebbe diventare salutare per la presa di coscienza del settore e per la sua evoluzione. Se il consunto richiamo alla necessità di investimento per l’evoluzione della pesca ricreativa dalle sue radici storiche e sociali continua a non essere sostenuto adeguatamente, diventa nostro malgrado sempre più chiaro che serve una cura più efficace e diretta. Come considerare il lamento per la sua libertà da parte di un pescatore che riempie la barca di tonnetti sotto misura, di quello che infrange a ogni occasione i limiti di carniere o le misure minime? Questi pescatori davvero devono essere difesi? Non sono semplicemente l’altra faccia del sovrasfruttamento insieme alle reti commerciali? Non è quello che accade per esempio in zone di foce dove per le specie tipiche di questi ambienti la pesca commerciale è molto limitata ma gli stock sono lo stesso in profonda crisi per uno sfruttamento diffuso e senza nessun controllo?

Se la si mette così si può considerare come per i pescatori che potremmo definire virtuosi, ovvero per quelli che stanno nell’immaginario cullato dal settore ricreativo, eventuali misure restrittive non solo non creerebbero problemi alla loro pesca, ma li troverebbero favorevoli perché tornerebbero a favore delle loro opportunità di pesca. Quindi la difesa della pesca ricreativa può agevolmente finire per passare dal contrasto al sostegno e all’auspicio di misure come la licenza per la pesca in mare, la registrazione delle catture, controlli stretti e restrizioni su attrezzi e carnieri. Il pericolo è però che una stretta regolamentare venga abbastanza mal gestita da non cogliere il punto, causando gravi effetti collaterali, sociali ed economici insieme. Il recente trascorso di proposte normative non fa che confermare il rischio che non si parli della stessa cosa quando ad esempio si progetta una licenza onerosa lasciando da quasi un decennio in abbandono quella in vigore con finalità scientifiche.

Un riferimento imprescindibile per le iniziative politiche del comparto pesca dovrebbe quindi essere l’atteggiamento dei pescatori ricreativi in mare. Una interpretazione empirica, che però trova larga condivisione tra chi si interessa attivamente dell’argomento, considera la divisione dei pescatori ricreativi in mare in quattro categorie che possiamo approssimativamente illustrare come segue:

1. pescatori etici: rispetto i regolamenti e minimizzo il mio impatto - vado a pesca per la pesca, consumo pesce in modo limitato, legale e consapevole;

2. pescatori regolari: rispetto i regolamenti e nessuno mi può dire niente - vado a pesca per la pesca e consumo pesce nei limiti normativi;

3. pescatori irregolari: quando si presenta l’occasione me ne frego dei regolamenti, tanto nessuno controlla e il danno non lo faccio certo io - unisco l’utile al dilettevole;

4. pescatori di frodo: me ne frego di tutto e cerco di catturare tutto il più possibile - vado a pesca per il pesce e per il guadagno (sono ricreativo perché mi ci diverto anche).

Più che le categorie in sé stesse interessa attribuir loro delle percentuali, non tanto di impatto quanto di partecipazione. Un’interpretazione condivisa e ritenuta peraltro ottimistica:  1: 5%, 2: 10%, 3: 80%, 4: 5%. Riguardo all’impatto è verosimile che questo cresca progressivamente da 1 a 4, ma anche che la frazione dei pescatori ‘irregolari’ conservi una forte rilevanza. Da una parte il bracconaggio premeditato è chiaramente definibile e circoscrivibile, comporta quasi sempre uno scambio commerciale e può essere perseguito come tale. Al contrario le infrazioni dei pescatori ‘irregolari’ sono polverizzate e ampiamente diffuse, il loro impatto è molto variabile ma la loro continuità le rende un fattore primario e le collega chiaramente a una concezione della pesca marittima che dovrebbe essere affrontata per via culturale prima che restrittiva. Piccole infrazioni, insignificanti o quasi se confrontate con i peggiori esempi di sfruttamento commerciale. Infrazioni da parte di brava gente, senza secondi fini, i pesci che prendo li tengo, quando ne prendo tanti compenso le volte che non prendo niente, stanno nel congelatore, se sono tanti organizzo cene o li regalo a parenti e amici, insomma buone azioni da infrazioni ridicole al confronto con i fatti di cronaca e sicuramente tollerabili. In fondo non viene tollerato anche il bracconaggio a fine commerciale dove fa da ammortizzatore sociale?

Se davvero lo scenario fosse più o meno questo, una stretta sarebbe sia dovuta che meritata e gli effetti sarebbero che 1 e 2 ne trarrebbero vantaggio a discapito di 3 e 4, che è esattamente quello di cui il settore ricreativo ha estremo bisogno. Certamente questo non cancella i problemi di competizione con la piccola pesca commerciale, ma non si può più accettare che questi vengano usati per difendere quello che non solo è indifendibile ma che proprio non va difeso se si vuole risalire dal fondo del barile.

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