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Pandemia Fase 3

Fase due, fase tre e la pandemia speriamo resti un ricordo… Tutti siamo tornati a pesca ed è già un ricordo anche la grande mobilitazione mediatica per poter tornare a pesca quando tutto era bloccato. Un attivismo che se non altro ci ha dato un sentore di compattezza del settore ricreativo. Una concordia forse scontata visto che non si trattava di discutere argomenti specifici ma semplicemente di poter andare a pesca e di affermare il valore dell’attività per i singoli come per i contesti sociali e non di meno per l’economia, per i tanti operatori del comparto e per l’indotto legato agli spostamenti per andare a pesca. Finita l’emergenza, chissà se l’esperienza appena passata potrà fare da stimolo a una mobilitazione su quelli che da ormai molto tempo sono problemi lamentati dai pescatori ricreativi. Dopo tanta presenza attiva potrebbe essere fisiologica una pausa di riposo e riflessione per quanto ci sia da temere di vederci rientrare come se niente fosse nella palude a cui siamo abituati. In effetti, la prima impressione è che non stia accadendo niente e sarà forse perché tutte le istituzioni stanno lavorando febbrilmente per recuperare il terreno perduto e altrettanto febbrilmente per litigare su qualsiasi argomento. Sarà certo anche che qualcuno sta facendo un lavoro per ora nascosto ma propedeutico alla ripresa di iniziative importanti. A essere ottimisti, in fondo questo rischia di diventare un pensiero fisso nonostante le iniziative più importanti continuino a essere di parte e non condivise da tutto il settore, forse finalizzate più al ritorno di immagine che alla possibilità di incidere realmente sulla gestione.
Certo riuscire a portare la pesca ricreativa o almeno una sua parte al tavolo delle cariche istituzionali è importante, ma sembra che nessun argomento riesca ad andare più in là di un’esposizione e di un placet che liquidano la questione senza che ne venga alcun seguito concreto. Forse dovremo aspettare l’autunno inoltrato per vedere qualcuno che ci riprova e c’è solo da sperare che lo scossone pandemico anziché farci considerare ancora meno faccia capire alle sedi politiche che occorre iniziare un programma di riforme normative che permettano al settore di liberare un fortissimo potenziale che andrebbe a vantaggio dell’intera comunità. Tutti abbiamo visto contrapposta l’alternativa tra tornare alla normalità o cogliere l’occasione per una normalità diversa, che intervenga sui tanti problemi che affliggono la nostra società e il mondo. In scala ridotta, ciò potrebbe valere anche per la pesca e c’è da temere che l’occasione possa servire, o meglio essere utilizzata ingannevolmente, dandoci l’impressione di liberarci dai problemi ma riuscendo invece ad aggravarli, facendoci credere che occorre semplicemente spingere sull’acceleratore, ad esempio invece che liberare spazi qualitativi potenziare quelli quantitativi: più immissioni, valorizzazioni degli alloctoni, riserve turistiche preconfezionate e acque libere degradate, tutti a pesca nei porti, illusioni di pesca vera in lagune con acquacoltura estensiva, lasciar stare le misure minime come sono, puntare a vendere illusioni con nuovi materiali e attrezzature che ci gratificano e ci permettono di raschiare meglio il fondo del barile. Il momento sarebbe propizio per andare nella direzione opposta, ma il livello culturale della pesca ricreativa e la linea di condotta di chi arriva ai tavoli non ci lasciano molta speranza. Qualcuno arriva a dire che per darci una mossa il fondo del barile bisogna averlo già raschiato completamente e se in molti contesti ci siamo quasi, basta concentrare l’attenzione altrove, nelle riserve, nei laghetti, nelle lagune, nei porti, nelle stagionalità del mare aperto. È questo ormai che alimenta il mercato e dovremmo tutti fare ammenda e chiedere invece azioni per restituire abbondanza di risorse selvatiche naturali in fiumi, torrenti, laghi, spiagge e scogliere nei quali abbiamo spazi sconfinati per far crescere il settore in modo sano e con una prospettiva di continuità.

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