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Deroga alloctoni

«Il Consiglio dei Ministri, su proposta del Presidente Giuseppe Conte, ha approvato, in esame definitivo, un regolamento, da adottarsi mediante decreto del Presidente della Repubblica, che modifica la disciplina relativa alla conservazione degli habitat naturali e seminaturali, nonché della flora e della fauna selvatiche (DPR 8 settembre 1997, n. 357). In particolare, il regolamento dispone che, in presenza di motivate ragioni di interesse pubblico, il Ministero dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare possa derogare al divieto di reintroduzione, introduzione e popolamento in natura di specie e popolazioni non autoctone nel territorio italiano, sulla base sia di studi che evidenzino l’assenza di effetti negativi sull’ambiente, sia di appositi criteri, che lo stesso dovrà adottare entro il termine di sei mesi dalla data di entrata in vigore del provvedimento. Il testo tiene conto dei pareri espressi dalla Conferenza permanente per i rapporti tra lo Stato, le regioni e le province autonome di Trento e di Bolzano e dal Consiglio di Stato.»

La notizia è stata diffusa sui social network causando tra i pescatori una serie di reazioni nettamente polarizzate. A parte gli studi e i criteri annunciati come garanzia, a fare notizia è il principio e mentre sono fioccate le critiche e iniziate petizioni contrarie, i pescatori sembrano essersi divisi tra pochi entusiasti e molti arrabbiati. Il principio appunto dice che in un contesto di allarme per la diffusione delle specie alloctone, il gestore emette norme che permettono di immettere pesci non autoctoni. Lo scandalo che ne deriva è motivato e tocca un nervo scoperto. Da una parte il tema viene normalmente ignorato dai non pescatori visto che nonostante le normative vigenti l’immissione di pesci non autoctoni è diminuita, cambiata ma mai cessata, principalmente per quello che riguarda le trote. D’altra parte i pescatori hanno da sempre sostenuto le immissioni e continuano a farlo come testimonia il grande successo delle riserve di pesca che prosperano sulla base della immissione di pesci non autoctoni e vengono gradite e indicate come esempi virtuosi di gestione, visto che ci sono tanti pesci per tutti, basta pagare, e dove non si paga nessuno fa immissioni e la pesca è nettamente meno produttiva.

Si sa che il nodo maggiore per la pesca ricreativa riguarda proprio la trota e si sa anche che molta della pesca alla trota come la si intende oggi, anche se non da oggi, dipende dalle immissioni. Il fatto è che in larga parte delle acque italiane gli interessi della pesca si basano soprattutto se non esclusivamente su trote non autoctone immesse e questo, tenuto per buono il modello di gestione attuale, dipende da un grave ritardo nel passaggio alla produzione di materiale ittico autoctono per le aree occupate naturalmente da diversi tipi di trota. Il problema vero sta però nel fatto che ci sia un inderogabile bisogno di ricorrere in modo costante e continuativo alle immissioni, creando una pesca sostenuta artificialmente e spesso diversa da quella dei laghetti a pagamento solo perché si usano corpi idrici in contesti ambientali di maggiore valore. Un sistema di gestione che ha fatto a lungo girare soldi e consensi e che ha continuato ad operare sostanzialmente inalterato anche oltre ai limiti stabiliti dalle norme restrittive. A lungo i proventi delle licenze di pesca hanno visto una delle destinazioni principali nell’immissione di pesci, stabilizzando una vera filiera che ha reso i corsi d’acqua semplici contenitori in cui riversare pesci. Sono stati gli stessi pescatori a chiederlo e pretenderlo, a lamentarne eventualmente l’insufficienza. Il sistema ha cominciato alla fine a barcollare e si sono dovute trovare motivazioni concrete, ad esempio che le trote non autoctone possono servire a diminuire la pressione di pesca per quelle autoctone, ma andrebbe precisato che avrebbe dovuto trattarsi di un metodo destinato ad esaurirsi in un determinato lasso di tempo, fino a che non fosse stabilizzata una gestione per le sole trote autoctone regolamentando la pesca in modo sostenibile, ovvero tale da garantire l’autosostentamento delle popolazioni ittiche autoctone.

Trote a parte, se vale il principio della deroga, pur passando per un approfondito esame dei casi, questa potrebbe riguardare molte specie, dovunque si possa decidere che non si produce un danno. Le annunciate prescrizioni di salvaguardia dovranno quindi dare strumenti di valutazione che saranno certamente esposti a rischi di interpretazione. Ci sarà ad esempio da vedere se prevarrà la considerazione dello stato attuale delle popolazioni ittiche o quella delle autoctonie. In acque interessate da popolazioni ittiche non autoctone completamente stabilizzate si potrebbe ad esempio considerare come altre immissioni di alloctoni non danneggerebbero nessuna autoctonia visto che il danno è già stato fatto. In un caso del genere non si vede perché si dovrebbe vietare di poter immettere una qualsiasi specie, visto che quelle già presenti essendo alloctone non devono essere salvaguardate. Alla fine resterà solo da decidere la collocazione delle zone di pesca, dividendo le acque pubbliche in due grandi categorie: quella delle autoctonie difese e sostenute da immissioni e quella delle alloctonie garantite da perizie tecniche. Uno scenario pessimo, che però potrebbe risultare pienamente funzionale e gradito a molti pescatori che potrebbero avere la loro fetta della torta.

Un tassello non trascurabile riguarda anche la specificamente citata ‘reintroduzione’ di specie alloctone, che si può interpretare come rilascio di pesci alloctoni dopo la loro cattura. Un problema già da tempo oggetto di attenzione, che il nuovo provvedimento potrebbe aggirare evitando la serie di problemi sollevati per alcune specie invasive dalla necessità di smaltimento di pesci non destinati al consumo. La questione genera un corto circuito in un contesto nel quale la scienza dichiara di non avere strumenti per l’eradicazione degli alloctoni e si affida a una politica di contenimento che trova nella pesca ricreativa un riferimento quanto mai aleatorio.

La pesca ricreativa in acque interne ha a suo tempo instaurato un facile e redditizio metodo di gestione basato sul controllo della pescosità attraverso le immissioni. Un sistema del quale ha fatto parte l’introduzione di molte specie alloctone e invasive, operata per lo più scientemente ma senza nessuna coscienza degli effetti che avrebbe portato. Da allora il settore ha costantemente operato prima per potenziare e poi per difendere questo modello, finendo per continuare ad applicarlo anche quando era diventato in contrasto con nuove normative orientate alla tutela delle risorse autoctone. Le nuove norme di tutela hanno avuto una storia abbastanza travagliata da indicare chiaramente la necessità di un’evoluzione, quanto meno per evitare il rischio di crisi improvvise del settore. L’attuale notizia sembra invece dare seguito al problema con un correttivo che non appare destinato a fare da ammortizzatore per un cambiamento morbido ma a tenere insieme la filiera scongiurando rischi di crollo come anche la necessità di investimenti in scienza, gestione, produzione e soprattutto informazione e cultura.

Tralasciando quello che è attualmente l’immaginario della pesca in acque interne, per le trote il problema tecnico principale che grava sulla filiera della pesca ricreativa sembra quindi essere soprattutto di tempistica. È mancato e continua a mancare un programma di medio periodo che permetta una transizione morbida senza la quale una grande fetta di pesca ricreativa si troverebbe da un giorno all’altro privata dei suoi standard, sostenuti da tutta la filiera sia sul lato delle aziende che da quello delle associazioni dei pescatori. Riprendendo invece proprio l’immaginario della pesca in acque interne, è evidente che c’è un grande lavoro da fare per tornare a valori di qualità e al legame vero con i territori e con le loro risorse naturali, restringendo la pratica delle immissioni alle sole necessità di reale ripopolamento dovute a cause contingenti.

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