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Immissioni e alloctoni

Il problema dei pesci non autoctoni immessi a scopo di pesca è stato a lungo ignorato per diventare sempre più importante soprattutto a causa della colonizzazione di gran parte delle nostre acque interne da parte di specie altamente invasive e dannose per la ittiofauna originaria. Lo stesso problema ha coinvolto anche molti pesci che è ancora consuetudine immettere per la pesca, come ad esempio diversi tipi di trote. Se la pratica delle immissioni ha una lunga storia, la grande diffusione della pesca ricreativa ne ha fatto il metodo standard per sostenere una crescente domanda. Quasi sempre si tratta di offrire maggiore disponibilità di pesci rispetto a quella della riproduzione naturale, di soddisfare così la domanda e di compensare la perdita di pesci dovuta allo sforzo di pesca, in aggiunta ad eventuali vantaggi di logistica e gradimento. Una volta che la necessità di preservare e recuperare dove possibile il patrimonio genetico delle autoctonie è stata capita e trasportata in iter istituzionali, ha cominciato a prevalere una impostazione volta ad evitare, ovvero vietare, l’immissione di pesci alloctoni. È probabile che immettere pesci non autoctoni non crei automaticamente e dovunque un danno, ma quello di cui si parla è il principio generale e in base a questo viene messa in discussione la pratica in generale. Del resto dove immettere pesci alloctoni sembra possa non creare problemi è in genere perché le acque ne sono già abbondantemente popolate. In ogni caso stiamo assistendo a un fioccare di impedimenti alle immissioni che ha scaldato il dibattito sul tema fino a una contrapposizione netta tra l’associazionismo ambientalista e quello della pesca ricreativa e fino a far arrivare il problema nelle aule parlamentari. Il sistema della pesca ricreativa in acque interne ha trovato da tempo una sua stabilità nell’operare immissioni di vario tipo, commisurate alle dimensioni dei corpi idrici e alla domanda di pesca e affidandosi in larga parte alle disponibilità sul mercato del materiale da immissione e da valutazioni ancora di gradimento e di logistica. Non tutte le immissioni sono uguali, ad esempio è diverso immettere trote iridee adulte o gestire un incubatoio di valle. Non siamo più fortunatamente nei tempi in cui una rivista di pesca in edicola dedicava la copertina alla bella novità dell’immissione nel fiume Arno di breme e gardon a favore dell’agonismo, per non restare indietro rispetto a squadre straniere che potevano vincere le competizioni nei campi gara dove queste erano le specie dominanti. In generale però una grande fetta di pesca ricreativa in acque interne si basa su pesci che non vengono da una frega naturale di specie autoctone e se alcune pratiche di immissione dovessero essere vietate o molto limitate, il settore nella sua forma attuale potrebbe trovarsi ad affrontare una grave crisi. Sostituire il tipo di pesci per le immissioni è cosa complessa, lunga e difficile, e per questo sempre rimandata e operata solo in alcune realtà virtuose. Il settore è quindi decisamente allarmato dallo stringersi degli spazi su cui si mantiene, considerando le conseguenze economiche e di partecipazione. Il problema è quello delle specie alloctone, ma il vero nodo si trova a monte, ovvero nella trasformazione dei corpi idrici in semplici contenitori di pesci. I pescatori sembrano anche gradire perché trovano sempre abbondanza e nel campo della pesca a mosca c’è spesso un elemento altamente qualificante a fare da velo: contano più le bollate dei pesci in sé. Certo meglio pesci belli, in salute e poco insidiati, tutte cose ottenibili con un determinato carico di gestione. E pesci di taglia in abbondanza stabile, ovvero stabilizzata tramite immissioni.
È successo anche in destinazioni mitologiche oltre frontiera per alimentare il mercato, contando per così dire, sull’autoctonia delle schiuse. Una volta nessuno immetteva niente, la gente mangiava i pesci di fiume e solitamente andava a pesca per prendere pesce da mangiare. Adesso abbiamo una scienza raffinata capace di valutare tutte le caratteristiche di qualsiasi corpo idrico ma per la gestione della fauna ittica i dati scientifici sono solo una base teorica sulla quale lavorare per ottimizzare la resa destreggiandosi per non infrangere le regole stabilite. Dove la gestione acquista peso diventa normale pescare in un fiume dove il numero, le specie, la taglia dei pesci sono amministrati a monte. Va bene, bollano, tirano, saltano, ma prima che pescatori diventiamo o no un po’ semplici clienti e i pesci semplici prodotti a nostra misura? Ci può andare bene che sia così, ma solo fino al punto in cui questo non danneggi le risorse naturali e proprio su questo punto ruota tutta la polemica in atto a colpi di lunghe disamine e prese di posizione. Banalmente l’ultima trincea di una fetta del settore ricreativo è girare la palla sul versante degli altri problemi ambientali che danneggiano le popolazioni ittiche. Inquinamento, sbarramenti, centraline, sversamenti, lavori in alveo. Tutto vero, se non che si tratta di due argomenti diversi. Se un corpo idrico è invaso da una specie aliena dominante, si dà il corpo per ‘perso’ dal punto di vista della biodiversità originaria. Il fatto che vi si siano stabilizzati pesci alloctoni o ci sia comunque consuetudine di immetterli sembra possa anche diventare un ottimo alibi. Se il fiume è ‘perso’, tanto vale usarlo in una logica di mercato, certo con le dovute cautele, che significa un minimo sindacale nel quale può facilmente rientrare quello che interessa per la pesca ricreativa. Non sarà forse il caso di alcune acque salmonicole dove il problema dell’immissione di trote non autoctone è molto sentito, ma moltissime acque del piano sono effettivamente dichiarate ‘perse’ dal momento che sono invase da specie alloctone e che la scienza non ha soluzioni per la loro eradicazione. Le due tendenze effettivamente riscontrabili nel dibattito interno al settore della pesca ricreativa sono nella netta contrapposizione tra la finalità virtuosa ma che al momento appare velleitaria di tornare ad avere solo pesci autoctoni e quella opposta, contraria alle raccomandazioni scientifiche, di immettere qualsiasi cosa e adattarsi a quello che la natura fa prevalere, ovvero non contrastare la presenza e la diffusione degli alloctoni. L’aumento dei casi nei quali si prospetta una interruzione delle tradizionali pratiche di immissione ha creato un forte allarme in tutto il settore ricreativo e in modo particolare tra gli operatori economici.
Se da una parte si teme una crisi dell’economia della pesca ricreativa legata alle immissioni, dall’altra occorre notare che l’argomento viene trattato da ormai molti anni, nei quali lo stesso comparto economico si è sostanzialmente limitato ad alimentare lo stato di fatto piuttosto che operare per un passaggio graduale, mentre le amministrazioni locali hanno risposto alla domanda di pesca aggirando l’ostacolo a suon di deroghe. Un tira e molla ormai ventennale ha stabilito un divieto che è stato aggirato per essere poi ribadito e infine emendato per tenere conto del fatto che dopo decenni di gestione operata con immissioni continue e in larga parte scriteriate, certe acque possono tranquillamente continuare ad essere gestite con lo stesso metodo visto che non c’è più niente da perdere. Certo che nella maggior parte delle nostre acque dolci ci sono problemi strutturali di sproporzione tra domanda di pesca e offerta naturale, ma tant’è e lo sta a testimoniare la diffusione dei laghetti a pagamento dove in fondo la differenza qualitativa rispetto a qualche tratto di torrente ad alta gestione è più nella minore naturalità dell’ambiente che in quella dei pesci. La forte critica ai divieti di immissione viene nelle sedi istituzionali dagli stessi soggetti che il problema l’hanno prima creato e poi mantenuto in vita fino all’ultimo e che adesso sono nel panico vedendo il rischio concreto di trovarsi in fondo a un vicolo cieco. Certo si potranno trovare soluzioni di mediazione, perché anche se tutte le acque sono importanti, non tutte sono uguali e possono esserci diverse destinazioni supportate da dati e pareri autorevoli e già lo si prevede nella normativa. Il rischio evidente è che possa comunque non essere abbastanza per mantenere alcuni importanti ambiti di pesca alle loro dimensioni attuali e dovrebbe essere compito di chi ha bisogno di un mercato che non decresca pianificare modelli di sviluppo rinnovati e che possano trovare punti di equilibrio non estemporanei. Al momento sembra che i portatori di interessi del settore ricreativo più grandi, organizzati e finanziati, siano tanto con le spalle al muro da non poter giocare altra carta che quella di perorare la causa degli alloctoni innocui e redditizi presso le alte cariche della politica nazionale. Dato tutto per buono, non saremo certo in pochi a poter testimoniare come a fronte di tanti documenti emessi nelle sedi istituzionali, il territorio assiste a contraddizioni palesi. Come ad esempio, a poca distanza, avere torrentelli collinari con divieto assoluto di immettere trote per salvare degli anfibi autoctoni e altri con immissioni massicce di fario, iridee e salmerini. Perché c’è da aggiungere che vista l’orografia della penisola i problemi sono abbastanza variegati da non poter avere una soluzione buona per tutti. L’esempio più appropriato potrebbe appunto riguardare proprio i salmonidi. La globalizzazione della cultura della pesca ha portato a fornire surrogati a causa della lontananza delle acque adatte a una determinata pesca. Prima le immissioni servivano a fare carniere, adesso ad avere sempre molti pesci in acqua, che non è esattamente la stessa cosa se i pesci catturati vengono rilasciati. Insomma, pur con la piena consapevolezza delle differenze, un certo subconscio porta ad assimilare la Svezia, la Valtellina e il Chianti in base all’immaginario della trota che bolla. Il succo del discorso è che l’immaginario si potrà anche globalizzare, ma per i salmonidi ci vogliono le giuste condizioni ambientali. Ovvero nell’Appennino le trote ci possono vivere ma non come sulle Alpi e meno che mai come in Alaska. Allora la scelta è tra ottimizzare artificialmente, tramite immissioni, l’offerta di pesca o ristabilire popolazioni di specie autoctone in grado di autosostenersi, regolando a questo scopo lo sforzo di pesca. Non sarà che lo si legge nelle carte ittiche ormai da decenni? A parte le difficoltà e la necessità di investimenti, è evidente che si tratterebbe probabilmente di avere in acqua un po’ meno pesci e si sa che proprio i pesci sono il motore del settore. Sarebbe il momento che qualcuno, anzi tutti quelli che hanno interesse, cominciassero a costruirci una strategia, diciamo almeno a medio termine, che non si sa mai.

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