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Tempi biblici

Non è da tanto che per il mare, nelle sedi della gestione, si comincia a prendere seriamente in considerazione che esiste anche la pesca non commerciale. Per un certo verso ciò dipende dalla pesca commerciale, che considera quella ricreativa un concorrente per il prelievo delle risorse e per questo da tenere in considerazione (nel senso di limitare ovviamente). Nonostante l’evidenza, ci sono voluti decenni e una volta introdotto l’argomento ancora anni e anni solo per chiarirsi di cosa si parla. Una volta aperto il tema, si sviluppa una grande quantità di argomenti ed eccezioni. Ognuno ha la sua interpretazione e certo i suoi interessi e di solito ne sorgono contrasti difficili da superare. Alla fine gli addetti, impegnati a redigere una qualche regola, si trovano a limare le frasi facendo di ogni parola un problema di indirizzo, dove modifiche di lessico e grammatica a prima vista insignificanti prospettano esiti anche diametralmente opposti per la gestione della pesca. Da qui la difficoltà ad apportare cambiamenti rispetto allo stato attuale e il ruolo principale, di freno, è egregiamente svolto dal settore commerciale per aumentare il peso della pesca ricreativa ma solo nel senso di restringerne gli spazi. Quindi, in generale, il contrario di quello che vogliono i pescatori ricreativi. Lo status attuale della pesca è dato per buono fino al riscontro di problemi che deve essere basato su prove scientifiche. Il problema è che possono esserci, e realmente abbondano, evidenze sulle quali i gestori si ostinano non solo a non intervenire ma neanche ad indagare coinvolgendo la scienza. Ad ogni modo il dibattito sulla pesca ricreativa ha iniziato, forse per eccessivo carico di evidenza, a muoversi. Non proprio speditamente, ma è un grande passo avanti. Al momento ci sono ricerche sul campo in corso, incontri di addetti ad alto livello, qualche pubblicazione specialistica, un po’ di lobby trasversale ma, dal punto di vista del pescatore comune il piatto esce servito freddo, anzi proprio di frigorifero. Certo il pescatore, specialmente quello della domenica, è un facilone. Ovvio che la raccolta di dati, la loro analisi, la loro interpretazione e la conseguente azione politica non è cosa che si fa velocemente. Lo si capisce bene: ad esempio lo potrebbe capire bene un pescatore che non da qualche settimana ma da qualche decennio continua a lamentare lo stesso identico palese e scandaloso contesto di degrado, pesca illegale, inerzia delle sedi istituzionali e disinteresse dei corpi sociali. Decenni senza risposta, ad esempio, a un qualche fenomeno specifico e locale, conosciuto da tutti, facile da identificare e correggere; ma occorre aspettare e sperare, che magari si decida di farlo constatare da qualcuno autorevole e autorizzato per poi, nel caso davvero accadesse e certo con calma, discuterne e alla fine potrebbe anche verificarsi che si faccia qualcosa. A meno certo che non ci siano interessi prevalenti che consiglino altrimenti. Che sarebbe in perfetta continuità con quello che è accaduto fino a ora. Tra parentesi, non è cosa nuova il susseguirsi di proposte di legge di riforma delle normative nazionali sulla pesca marittima. Ce ne sono anche adesso in ballo e va detto che nel tempo i testi hanno visto netti miglioramenti. Indipendentemente dalla loro qualità il loro destino sembra continui comunque a essere quello di restare spiaggiati nel labirinto istituzionale. Insomma ci sono importanti novità rispetto al recente passato ma, dal punto di vista del pescatore, sono solo teoriche e con una prospettiva molto incerta sia per esiti che per tempi. Per esiti perché c’è il rischio concreto di esserne danneggiati per la prevalenza di altri interessi e per tempi perché tutto va così lentamente che se qualche effetto positivo riscontrabile in pesca ci potrà essere, forse non saranno le attuali generazioni a potersene accorgere. Una soluzione di mitigazione, forse l’unica immaginabile in tempi un po’ meno biblici, potrebbe esserci attraverso piani di gestione localizzati. Non sarebbe tecnicamente difficile se non fosse che proprio negli ambiti locali le organizzazioni della pesca commerciale sono dominanti e impermeabili al confronto e che i pescatori ricreativi nonostante possano essere molto attivi per iniziative legate alle loro attività, in genere non hanno forme di organizzazione politicamente utili e neanche spazi di partecipazione che non siamo meramente formali. Dato l’attuale modello di gestione della pesca marittima, le iniziative di gestione locale potrebbero quindi nascere solo a valle di accordi specifici da parte di rappresentanze nazionali di settore con presenza attiva nelle zone interessate. Se esiste nelle acque interne, con tutte le differenze del caso, qualcosa potrebbe essere fatto anche per il litorale marino, e questo sì che potrebbe favorire la partecipazione dei pescatori. A patto certo che non significhi farsi chiudere dentro un qualche recinto o, come già in qualche caso si vede, riproporre nel salmastro le riserve dove ci si diverte ma soprattutto quello che conta è che ci si ‘distrae’. Nel frattempo le energie locali migliori vengono reindirizzate su iniziative di tutela ambientale tipo pulizia delle spiagge o sindacali ad esempio per l’accesso alle banchine dei porti. Azioni encomiabili prima di tutto per il coinvolgimento attivo dei pescatori che, in tema di gestione, hanno solo la possibilità di delega associativa, peraltro quasi sempre mediata dalla fornitura di servizi. In assenza di migliori prospettive, possiamo solo sperare che lentamente, ma proprio molto lentamente, i dati scientifici e la loro elaborazione portino un carico di evidenza a nostro favore tale che il nostro maggiore o minore impegno non abbia nessuna importanza. Proprio come non ne ha adesso.

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